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sabato 31 ottobre 2015

PVM a Parma: Otello (3) con pupazzi al Teatro Regio

Marco e Giacomo nel palco del Regio
PVM torna al Teatro per bambini: Teatro Regio di Parma per l'ultimo appuntamento di VerdiYoung: "Otello", una produzione dello stesso teatro e di "Zazì", Laboratorio Creativo per Bambini: http://www.zazi.it/:  "Il Gioco dell’Opera", l’opera raccontata ai bambini delle Scuole dell’Infanzia. La regia e il testo sono di Veronica Ambrosini, i costumi del Teatro Regio di Parma e gli interpreti sono Allievi del Conservatorio Arrigo Boito di Parma, nella classe della Prof.ssa Donatella Saccardi.

Prima uscita con le nostre magliette, che hanno suscitato un certro interesse, anche grazie al fatto che eravamo ben in sei ad indossarle: Antonio, Giacomo ed io e Marco, Valeria e la loro mamma, carissimi amici di PVM, Grazie!:

Le magliette di PVM
Le abbiamo indossate prima di entrare nel foyer all'ingresso, dove è iniziato lo spettacolo, che poi si è spostato nella sala del Teatro Regio e nei palchi, utilizzando la metà della platea più distante dal palco e, al posto del palco, il corridoio che separa i settori delle poltrone.

"Gli arancioni" di PVM guardano e ascoltano  Jago
L'attrice travestita da Jago (regista e ideatrice dello spettacolo, Veronica Ambrosini) fa accomodare tutti gli spettatori all'ingresso: bimbi a terra davanti e geniotori dietro: già questa scelta ci piace! E la sua frase "Voi mettetevi lì vicino agli arancioni" ci è piaciuta ancora di più: significa che siamo riusciti a farci notare. Speriamo di acquistare nuovi lettori e fan! Veronica dimostra subito grandissima presenza scenica e capacità di coinvolgere ed interagire con il pubblico di bambini. Ci spiega cos'è un Teatro, un Capo Comico, un Melodramma, chi è Giuseppe Verdi... cosa c'è: la Musica! Tutto in pochissimi minuti con linguaggio semplice, voce impostata e chiara, gesti che catturano l'attenzione.

Antonio e Valeria entrano nel palco
Ci invita poi ad accomodarci nei nostri posti a sedere, siano essi in platea o nei palchi. Giacomo e Marco con me nel Palco 11, Antonio e Valeria con Stefania nell'ordine sotto...

Antonio e il Burattino/Attore Cassio nel palco a fianco!
...fortunati! Avranno il pupazzo Cassio proprio a fianco del loro palco! "Era vicinissimo!" mi ha raccontato Antonio... "Giacomo avebbe avuto paura, tremavano le gambe anche a me": Evviva il teatro!

Marco e Giacomo
A parte Jago, che non ha un alter ego di cartapesta, tutti gli altri personaggi hanno un corrispondente burattino gigante, in cui gli attori infilano l'avambraccio muovendo la bocca e il capo, mentre le braccia sono manovrate dall'altra mano libera. Il burattino poggia in terra su di  un bastone, altrimenti sarebbe pesante da sostenere per l'intero spettacolo. I personaggi (compreso Jago) hanno anche un cantante corrispondente, che intona alcuni dei passi più famosi dell'Opera: il duetto Otello/Desdemona del finale del I atto; l'Aria in cui Jago  esprime la sua fiolosofia; quella della disperazione di Otello e la canzone del salice di Desdemona. I cantanti sono accompagnati da un pianoforte verticale suonato dal Maestro Simone Savina.

Antonio, Valeria e mamma Stefania sotto di noi
 Dopo una seconda breve presentazione da parte di Jago, lo spettacolo vero e proprio ha inizio: arriva da lontano (dal palcoscenico reale) una nave, è Otello, che rischia il naufragio, ma miracolosamente si salva e approda a Cipro.

Otello è un burattinone nero con capelli tipo rasta e una bocca enorme. Cassio è presentato come il più idiota dei personaggi (giustamente... tra lui e Otello è una bella lotta!), che all'inizio è ubriaco (vi ricordate che Jago lo ha fatto bere per farlo reagire violentemente in duello e farlo così declassare da Otello! Jago, infatti, odia Otello perchè non lo ha fatto Capitano, preferendogli Cassio e tutto nasce da questa volontà di rivalsa da parte di Jago).

I burattini/attori si muovono nei corridoi della platea, ma in più di un'occasione entrano in un palco del teatro. Ci si sente così "dentro" lo spettacolo. I bambini guardano meravigliati di qua e di là girandosi sulle poltrone seguendo le voci. Idea bellissima e molto ben realizzata.

Otello nel palchetto
Si arriva velocemente al duetto d'amore, seguito da una divertente scenetta dei burattini con tre baci di Desdemona a Otello. Devo dire che le scene "extra", cioè quelle non fedeli alla storia di Shakespeare o del libretto di Arrigo Boito (guarda a caso il Conservatorio di Parma è intitolato proprio a lui!), sono tutte divertentissime, al momento giusto, mai volgari e molto bene interpretate. Complimenti vivissimi alla Compagnia Zazì! Una bella scoperta per me e per PVM: non li avevamo mai visti, ma ora non vogliamo perderci più nessuno dei loro spettacoli dedicati all'Opera! Hanno già prodotto anche Trovatore e Rigoletto... speriamo ci sia occasione di riverderli... "all'opera!".

Chiedo perdono per i video rubati, ma rendono l'idea della bellezza dello spettacolo! Anche se sono di pessima qualità. 

Otello e Desdemona, duetto "Già nella notte densa" - Atto I



Gli allievi del Conservatorio hanno fatto del loro meglio. Sapete sicuramente che Otello è una delle opere più complesse da affrontare. I ruoli non sono certo stati scritti per studenti. Complimenti dunqye anche ai ragazzi (tutti Coreani) che hanno il coraggio di mettersi alla prova con pagine così ardite.

Jago "Credo in un Dio crudel" - Atto II


Ricapitolando... Otello ama Desdemona. Jago odia Otello. Emilia è la moglie di Jago e ancella di Desdemona (le è fedele ed è buona non come il marito!). In questo breve spezzone il dialogo tra Cassio ed Emilia: Cassio vuole chiedere a Desdemona di perdonarlo per aver ferito, da ubriaco, in un duello Montano, cosa che ha fatto infuriare Otello...



Jago trama contro Otello mettendogli in testa il sospetto che Desdemona lo tradisca con Cassio. Per fare questo utilizza un fazzoletto caduto dalle mani di Desdemona, che viene da lui messo tra le mani di Cassio come prova tagibile del tradimento di Desdemona.

Otello vede dal palco Desdemona con Cassio...
L'espediente del fazzoletto, che noi avevamo identificato come elemento concreto per fare capire la storia a Giacomo, viene utilizzato in modo importante anche dagli attori della Compagnia Zazì. Viene aggiunta anche una scena (che ho trovato esilarante), alla fine, quando Desdemona piange disperata per aver perso il fazzoletto e aver mandato in collera il marito, Emilia offre a Desdemona il suo fazzoletto, che è rosso e con la faccia di Topolino! "Prendi questo e risolviamo subito il problema..." le dice, porgenole il fazzoletto... "È anche nuovo!", aggiunge...

E alla fine dello spettacolo la nostra amica Valeria si è fatta mostrare da Emilia Pupazzo/attrice il fazzoletto di Topolino.
Valeria e Antonio tra i pupazzi
Alla fine si sceglie di non rappresentare la doppia morte di Desdemona e Otello (che si suicida) per non impressionare troppo i bambini. Ovvio che Giacomo e Marco l'hanno subito notato... si aspettavano lo spargimento di sangue finale dal petto di Otello. Unica piccola delusione... spesso noi adulti ci facciamo troppi problemi su morti e creature spaventose: i bambini sono molto più sadici e macabri di quello che si possa immaginare... condivido comunque la precauzione della regista/autrice, meglio evitare le proteste di qualche genitore troppo impressionabile (i cui bambini, invece, sarebbero probabilmente stati felici nel vedere la maglietta bianca di Otello macchiarsi di pomodoro al penetrare del pugnale nelle sue carni...).

Trionfo meritatissimo, applausi e "Bravi!" a cui PVM si unisce senza le riserve dello spettacolo precedente (Il viaggio di Milo e Maya), del quale questo è senza dubbio (a nostro unanime giudizio) di livello molto superiore da tutti i punti di vista. Un modo intelligente di avvicinare i bambini al mondo dell'opera, forse ancora più efficace della formula pensata dal Teatro alla Scala. Se solo questi attori avessero a disposizione mezzi musicali maggiori (ad esempio un pianoforte a coda e qualche strumento in più) la magia raggiungerebbe l'apice. È giusto sfruttare questo tipo di spettacoli come "palestra" per studenti/cantanti. Anche loro, sostentuti da un accompagnamento più corposo, potrebbero essere più sicuri, anche se hanno tutti fatto la loro parte dando il massimo (e il risultato è stato sinceramente di buon livello) già con il solo pianoforte verticale. Bravi! agli allievi della Prof.ssa Donatella Saccardi.

È una gioia uno spettacolo così. È la prova che il teatro, se "usato" bene, se "fatto" bene, ha ancora un potere infinito sui bambini. È un 3D naturale, in diretta, senza bisogno di occhiali e di costosi apparecchi video. Bastano 5 euro per assistere allo spettacolo... e poi vedere il bellissimo Teatro Regio, stare in compagnia di amici e/o farsene di nuovi con cui condividere queste belle esperienze, e conoscere un capolavoro della storia della letteratura teatrale (l'Otello di Shakespeare) e un capolavoro dell'Opera Lirica (l'Otello di Giuseppe Verdi su libretto di Arrigo Boito tratto da Shakespeare, appunto...)!

Qui potete vedere le immagini della prima messinscena di questo spettacolo dell'Ottobre 2009: https://flic.kr/s/aHsjovU5HF


Otello 

venerdì 30 ottobre 2015

Sinfonia Pastorale: Fantasia

Una scena del film
Dopo aver parlato della Pastorale di Ludwig van Beethoven, non potevo non dedicare ancora un Post speciale al capolavoro della Disney del 1940, Fantasia, che dedica il suo V brano animato proprio a questa Sinfonia. E capita un po' a tutti, credo, di vedere fauni, Pegasi, centauri e cupidi galoppare e correre in un mondo mitologico rosato, quando attacca la VI Sinfonia di Beethoven. Ve lo propongo nell'edizione restaurata e riregistrata del 1982. Per le riedizioni del 1982 e 1985 la Disney presentò Fantasia con una colonna sonora completamente nuova registrata in Dolby Stereo. Uscita per la prima volta negli USA il 2 aprile 1982, questa versione del film segnò la prima volta in cui la colonna sonora di un film fu digitalmente ri-registrata nella sua interezza. Per sostituire le registrazioni di Stokowski venne assunto il noto compositore cinematografico Irwin Kostal. Egli diresse un'orchestra di 121 elementi e un coro di 50 voci per la registrazione, che ebbe luogo in più di diciotto sessioni e costò un milione di dollari. Negli anni Novanta fu rimasterizzata la colonna sonora originale di Stokowski. Ho scelto questo filmato perchè è integrale e di qualità superiore rispetto a quelli che circolano in rete, ma sicuramente l'edizione con la direzione di Stokowski è da preferire.

La Sinfonia Pastorale è stata composta tra il 1807 e il 1808. Il sottotitolo, dato dallo stesso beethoven, è "Impressioni di vita campestre". In Fantasia subisce forti tagli e adattamenti e questo causò molte critiche al film da parte del mondo dei musicisti. Qui potete ascoltarla nella sua interezza: Pastorale, Wiener in HD.

Per capire al meglio il lavoro che è stato fatto in questo cartone, occorre suddividere la SINFONIA in MOVIMENTI e abbinare ad essi le immagini corrispondenti nel film:


Allegro non troppo: Lo svegliarsi dei sentimenti all'aspetto delle ridenti campagne. La campagna di Beethoven diventa qui il Monte Olimpo popolato di pegasi svolazzanti, faunetti e amorini...


Andante molto mosso: Scena alla riva del ruscello. Le centauriette si agghindano attendendo i centauri, segono incontri e scene d'amore.


- Allegro: Lieta brigata di campagnoli. Bacco fa il suo ingresso caracollante sul suo asino Jacco. Creature mitologiche lo circondano, schiacciano l'uva e bevono il vino.


- Allegro: Temporale. Il cielo si oscura. Comincia a piovere e Zeus appare tra le nuvole e scaglia fulmini forgiati per lui da Vulcano. Finalmente, annoiatosi, Zeus si rigira tra le nubi e si addormenta.


- Allegretto: Canto pastorale: sentimento di gioia al calar della sera. Appare l'arcobaleno. Pan, Cupido e un Pegaso bebè giocano fra i colori. Apollo guida il suo carro del sole. Morfeo porta la notte e il sonno oscurando il cielo. Diana scaglia tra le stelle una cometa. Infine, i Campi elisi e il Monte Olimpo sono nella pace sotto la luna e il cielo stellato.

L'episodio è forse il più "debole" del film Fantasia. Vi sono incongruenze culturali, come le centauriette che sembrano delle lolite americane, Bacco è un tipetto buffo, grasso e ubriaco e lo stesso stile dei disegni pare non adatto alla mitologia greca (pensiamo ai vasi decorati... le figure sono ben diverse). Forse il motivo è questo: in origine il brano per questi disegni doveva essere un altro: Cydalise (1923) di Gabriel Pierné (di cui noi abbiamo già incontrato la musica della  Marcia dei soldatini di piombo). Ma la musica non convinceva.

Qui potete ascoltare il brano di Pierné: 1) L'Ecole des Aegipans 2- Marche des élèves Nymphes  3- Ballet de la Sultane des Indes (10.26) 
2) Pas des Apothicaires 5- Danse des Esclaves 6- Variation de Cydalise 7-Danse de Styrax 
3) Entrée de Cydalise 9- Entrée des suivantes et du Négrillon 10- Pas des Billets doux  11- Entrée de Styrax et Danse  12- Final .

 

Fantasia 1982 - Pastoral Complete from W W on Vimeo.

giovedì 29 ottobre 2015

Favole in musica (2): Goshu il violoncellista

Copertina del libro

Dopo aver visto il cartone animato non potevo non andare a caccia del libro da cui è stato tratto. E l'ho trovato: Miyazawa Kenij, Il violoncellista Goshu e altri scritti, a cura di Muramatsu Mariko, editrice La Vita Felice (10,50 euro). Il libro è scritto in modo semplice ed è quindi adatto anche ai bambini dalla IV elementare in poi.

L'autore era molto amante della musica. Egli voleva che la musica fosse l'elemento alla base della letteratura, in particolare della poesia e del teatro per bambini. L'autore sognava che la recitazione delle sue poesie avvenisse con l'accompagnamento dell'organo o del violoncello.
Il suo linguaggio (ovviamente in lingua originale...) ha poi un'intrinseca evidente musicalità. Utilizza spesso parole onomatopeiche e cerca timbri e sonorità linguistiche particolari.

Il racconto di Goshu è stato pubblicato postumo, basandosi su manostcritti ancora in fase di lavorazione. La lezione di musica che Goshu riceve dagli animali può essere letta come qualcosa di più di una favola: si può riscontrare in essa un fondo autobiografico. Infatti Kenij era un aspirante musicista e collezionista di dischi di musica occidentale. Aveva preso lezioni private di violoncello con scarsi risultati. (Gauche in francese significa "imbranato"). Kenij si identifica con i suoi personaggi maldestri e vulnerabili.

Sull'autore si è tenuta una mostra e l'oggetto più visionato è stato un violoncello, uno dei pochi usati da lui realmente e conservatosi fino ad oggi. Kanij lo aveva prestato ad un amico insegnante che in cambio gli aveva dato uno strumento con un buco, proprio come quello in cui è entrato il topolino. Il violoncello malandato è andato bruciato nell'incendio che distrusse casa dei discendenti di Kenij nel 1945.

"Goshu suonava il violoncello nel cinema muto della città. Non godeva però di buona repiutazione. Non solo non era bravo, era realmente il più imbranato di tutta l'orchestra, per cui veniva sempre trattato male dal direttore." Così comincia la storia. Un giorno stanno provando La Sesta Sinfonia La Pastorale di Beethoven. Il Maestro si lamenta che Goshu è in ritardo e ha lo strumento non bene accordato e che non comunica alcun sentimento. Goshu era un povero ragazzo che viveva tutto solo in un mulino diroccato fuori città. La mattina raccoglieva verdura nell'orto e il pomeriggio usciva. Al rientrto a casa studiava. La storia è la stessa del cartoon che vi ho proposto ieri. Al gatto Goshu suona la Caccia alla Tigre Indiana. Poi arrivano il Cuculo e il Procione e, infine il topolino.

In giappone questa favola viene interpretata dal vivo come avviene per noi con Pierino e il Lupo, Babar, La Nonna Bigia, Tubby the Tuba...




 

mercoledì 28 ottobre 2015

Favole in musica: Goshu il violoncellista


Una scena del film
Questo cartone animato giapponese è stato un'altra bella scoperta. Non conoscevo nè il film nè il racconto da cui è tratto. Mi sono piaciuti entrambi e sul web ho trovato alcune recensioni ben fatte e le trascrivo per voi. Vi invito poi a guardare il cartone, che dura più di un'ora, per cui mettetevi comodi e scegliete tra la versione in tedesco e quella in giapponese con sottotitoli in inglese. In italiano? Quando c'è qualcosa di bello l'Italia arriva sempre per ultima o non arriva affatto... ma del libro una traduzione italiana esiste e ve la presenterò nel prossimo Post.

"Il film, tratto da un racconto (in Italia pubblicato nel 1997 da La Vita Felice) di uno dei più noti scrittori nipponici per bambini, Kenji Miyazawa - 1886/1933- ha una trama molto semplice che ha per protagonista un giovane violoncellista - Goshu, appunto - da poco entrato a far parte di un'orchestra di musica classica. Fra dieci giorni si terrà un importante concerto, ma il direttore non è per niente soddisfatto dell'esecuzione della Pastorale, la sesta sinfonia di Beethoven, e in particolar modo proprio del violoncello di Goshu. Deluso ma non per questo demotivato, il ragazzo torna a casa e, giorno dopo giorno, si esercita. Ma sarà solo grazie all'aiuto degli animali che vivono vicino a casa sua che riuscirà a comprendere fino in fondo la musica e ad imparare ad eseguire il pezzo in maniera perfetta.
"Goshu il violoncellista" è un'ottima fiaba ed un'efficace iniziazione alla musica classica sia per i bambini che per gli adulti. La pellicola è composta da infrequenti dialoghi e da molta, moltissima musica, prevalentemente tratta da Beethoven, ma che attinge da numerose fonti d'ispirazione per raccontare e descrivere il percorso di crescita del protagonista. La scelta dei brani musicali è veramente ottima e Takahata è bravissimo anche nell'integrazione della musica nella narrazione. Essa difatti non fa mai solamente da sfondo alle vicende, ma riveste costantemente un ruolo importante, arrivando ad essere protagonista del film quanto Goshu.
Il grande ruolo della musica è pure pienamente complementato con l'estetica del lavoro di Takahata. Al di là del fatto che comunque gli strumenti e i loro suoni trovano sempre pure un riscontro visivo nel film (basti pensare anche solo alla scena iniziale del temporale), il regista è ancora più bravo a ricercare un approccio non gratuito fra immagini, musica e narrazione. Lo stile grafico infatti, attraverso tratti non elaborati ma non per questo poveri, rispecchia in pieno sia le atmosfere emotive, sia la personalità di Goshu, un giovane semplice che vive in un'umile casa di campagna e suona ascoltando il cuore. Una certa attenzione è anche da prestare ai fondali, essenziali ma affascinanti nelle sfumature, che Takahata ha realizzato grazie all'aiuto di Toshitsugo Saida". (Maurizio Macchi su http://www.pellicolascaduta.it).

"Lontano anni luce dal buonismo insulso e speculativo tipicamente Americano, Goshu il violoncellista è un prodotto culturalmente elevato e non scontato....Al di là dei toni fiabeschi, capaci di creare empatia fra Goshu, gli animali e lo spettatore, questo film è un capolavoro di tecnica: Takahata dirige mostrando una competenza registica straordinaria, alternando primi piani a campi lunghi che valorizzano l’ambientazione bucolica; e creando momenti onirici che esaltano i pezzi musicali". (di


che è uno dei blog che seguo che è molto interessante e originale!
On line c'è in tedesco, oppure, per guardarlo in giapponese sottotitolato in inglese clicca qui: http://animeget.me/subbed/goshu-the-cellist-movie/


martedì 27 ottobre 2015

Favole in musica: Tubby the TUBA

Copertina di un disco con Tubby Tuba
Pregevolissima scoperta è stata questa Favola musicale americana per bambini del 1945, scritta da Paul Tripp e George Kleinsinger per orchestra e voce narrante (come Pierino e il Lupo!).

La storia è molto semplice: TUBBY è una Tuba che fa parte di un'orchestra. È stufa di dover solo fare l'accompagnamento. Mai una bella melodia tutta per lei. Tutti gli altri strumenti la prendono in giro. Sconsolata, Tubby va a passeggiare nel bosco e lì incontra una ranocchia che la capisce perchè è anch'essa oggetto di prese in giro da parte di tutti... Ma la ranocchia conosce una melodia e a suo modo la canta a Tubby. Tubby la impara e torna in Orchestra per le prove tutta contenta. Suonerà la melodia della ranocchia lasciando tutti i "colleghi" e il Maestro a bocca aperta!

Nel 1947 George Pal creò un cortometraggio con la tecnica Stop motion (vedi il video sotto) per dare immagini a questa straordinaria favola che contiene tanti messaggi positivi, tra i quali la massima:

« Be yourself, you can't be anybody else! »
(= Sii te stesso, non puoi essere nessun altro)

Nel 1975 è uscito un lungometraggio dedicato a Tubby che è stato un grandissimo successo e oggi esiste anch il Sito ufficiale: http://www.tubbythetuba.com/ 

Giacomo colora Tubby
Vi consiglio una vistita a questo Sito in cui potete ascoltare le voci dei doversi strumenti musicali che intonano la loro parte nell'opera, potete stampare un bellissimo disegno di Tubby da colorare, potete ascoltare una parte dell'opera, ordinare il libro di Tubby (noi lo abbiamo ordinato su Amazon.it e ne renderemo conto).  

Album dei Manhattan Transfer
Nel 1994  esce per Atlantic Records The Manhattan Transfer Meets Tubby the Tuba, un album di canzoni per l'infanzia del gruppo vocale americano The Manhattan Transfer. 
Per ascoltare il racconto originale clicca qui: Tubby the Tuba

Per una lettura del libro con immagini, musica e voci clicca qui: Tubby the Tuba

Per vedere una performance live clicca qui: Tubby the Tuba live


Tubby The Tuba di maxzook

domenica 25 ottobre 2015

Teoria musicale animata: High Note

High Note (1960)
Tempo di inizio anno accademico nei Conservatori italiani... tempo di ripasso! Niente di meglio di questo cartone animato musicale per rivedere tutti i segni che si usano per scrivere la musica: "High Note" è il titolo del corto.

Questo capolavoro d'animazione della Warner Bros, Looney Tunes del 1960 di Chuck Jones è la surreale preparazione di un pentagramma a suonare Il Danubio blu di Johann Strauss.

Tutte le note sono pronte, ma ne manca una che si scoprirà ubriaca essendo finita a suonare Little Brown Jug, noto brano Jazz. Il direttore d'orchestra è furioso e insegue per il pentagramma la "High Note" ubriaca (e quindi con la faccia rossa) e le note si trasformano via via in diverse cose: un cagnolino, un uovo, un attaccapanni, un cavallo, una slitta... Alla fine tutte le note finiranno per lasciare il Valzer e ubriacarsi con il brano Jazz. La nota protagonista allora sostituisce We ad I nella nota canzone "How dry I am" (di cui ho trovato l'esecuzione in cartoon che potete vedere sotto), ad indicare l'ubriacatura collettiva.




Warner Bros: Looney Tunes - High Note (1960) from Albert Augustus Corbett on Vimeo.

Versione cartoon della canzone "How dry I am":


E guardate anche questo spezzone da Duffy Duck con la stessa canzone cantata da Mel Blanc: https://youtu.be/vD0gWJD1E-E

giovedì 22 ottobre 2015

Janáček Intimate Excursion, documentario animato sulla vita e le opere di Janacek (VM 16)

Locandina del Film
Abbiamo parlato un po' di tempo fa di Leos Janáček e della sua Volpe astuta (abbiamo visto questo bellissimo cartone animato prodotto dalla BBC: Parte 1 e Parte 2) e della Sinfonietta (Leggendo qualche pagina di 1Q84 di Haruki Murakami). Come spesso mi capita, cercando altre cose su internet, ho trovato questo interessantissimo e particolare documentario animato (sconsigliato ai bambini perchè è piuttosto inquietante) dei fratelli gemelli Quay, animatori americani anticonvenzionali. "Documentario animato" significa un film di circa una mezzora, che in questo caso utilizza una tecnica di animazione in stop motion, e che racconta qualche cosa. I due gemelli ripercorrono la vita e le opere di Leos Janáček basandosi su una biografia ufficiale. I pupazzi che mettono in scena sono un misto di parti di bambole unite a elementi organici e non organici, spesso non completamente assemblati o parzialmente assemblati. L'atmosfera è cupa, buia, inuietante, come la musica di Janáček.  Janáček in persona compare come pupazzo (ma è una animazione di una sua fotografia) e racconta la sua vita e come sono nate le sue principali opere a partire proprio dalla Sinfonietta (1926). Non è adatto ai bambini. E' un filmato per ragazzi grandi molto interessati all'arte sperimentale e per adulti. Il film è in inglese e il contenuto lo riassumerò in italiano qui di seguito.

I gemelli Quay
Janáček dice di sentirsi come un personaggio di una fiaba, ma al tempo stesso un uomo ordinario, nato in una stanza con due finestre. Da una di esse poteva vedere la chiesa; dall'altra una fabbrica di birra. Racconta che il suo paese è tranquillo, la gente è quieta, ci sono montagne, foreste, natura e un bel castello. In questi luoghi egli ha trovato la pace e l'ispirazione per comporre, anche grazie alla famiglia, che fin da piccolo gli ha fatto ascoltare musica. E' nato in Moravia, ma si definisce un compositore ceco e capace di indagare nelle profondità dell'animo umano. La musica prosegue con estratti da Il viaggio del signor Brouček (1920, in 2 atti) e poi con The Diary of One Who Disappeared (1917-19), ciclo di canzoni per pianoforte, tenore, contralto, tre voci femminili. 

Janáček continua: nessuno può comporre musica teatrale senza aver studiato il linguaggio della vita. Spero che ciò venga capito una volta per tutte. Quando qualcuno mi parla ascolto la modulazione del tono della sua voce più di quello che stanno dicendo: da questo capisco come sono fatti e come si sentono, se stanno mentendo o se stanno semplicemente facendo conversazione. Ho un quaderno di annotazioni di queste melodie di discorso sono la finestra attraverso la quale guardo l'anima. Nelle immagini si vede un locale, di notte e una luna a falce nel cielo. 

A questo punto sentiamo una musica a noi nota: La Volpe astuta (1924), e inizia una rappresentazione surreale di un personaggio che esce dal locale notturno con un boccale di birra e si alza nel cielo, attraversa stelle, montagne e finisce vicino ad alcune ampolle di un alchimista dove c'è un altro personaggio.  Janáček dice che ama descrivere la magia delle montagne, il ghiaccio, i fiori, i versi degli animali, il silenzio, gli insetti... e tutto questo lo ha "catturato" nella volpe astuta, insieme al dolore della sua vecchiaia. 

Si vede un insetto tipo falena alla finestra (kafkiano direi...), mentre il corpo di  Janáček giace al suolo di una stanza dove si vedono un leggio e una scala. L'insetto entra e gli va vicino. Un altro insetto alla finestra, tipo mantide religiosa gli si avvicina a sua volta. Alla finestra due volpi, che poi entrano anche loro. 

Passiamo al II video che si apre con L'affare Makropulos, opera del 1926 in 3 atti. Protagonista una creatura femminile fatta di parti di bambola e piume e altri materiali. Una sorta di donna pavone che canta. Da una casa di morti (1930) e l'atmosfera si fa ancora più inquietante. Pare la raffigurazione dell'inferno. L'ultomo brano è la Messa glagolitica (1926), si vedono un organo e Cristo in croce, un cimitero in un bosco scuro... tutti i personaggi del film tornano.

Se qualche appassionato volesse aggiunger qualcosa gliene sarei grata, perchè non sono ferratissima sulla musica di  Janáček e di sicuro questo Post, come direbbe qualcuno di mia conoscenza che usa spesso questa parole, è piuttosto "divulgativo", il che vale a dire superficiale.


mercoledì 21 ottobre 2015

Pagine musicali per adulti: Ascolto il tuo cuore, città

Copertina del libro
Bambini in pausa. Lettura per mamma e papà frutto di una piacevole scoperta. Pagine squisitamente musicali contenute in questo assai godibile "entretenimiento" di Alberto Savinio, pubblicato da Adelphi, "Ascolto il tuo cuore, città", e "città" sta per Milano

"In cima al mio grattacielo si aprono terrazze e giardini pènsili, come nella Babilonia di Nabuccodurussur, che gl'ignari chiamano Nabuccodonosor, e Verdi, per brevità, Nabuccco". (p.87-88)


SUL VESTITO DI VERDI IN VETRINETTA MUSEALE:
"Quanto a quel 'tal maestro Verdi', io l'ho ritrovato alcuni giorni sono dentro una vetrina del museo della Scala, ridotto alla condizione dell'Uomo invisibile di Wells. La storica giacca è abbottonata sul petto imbottito di crine vegetale, la cravatta è annodata intorno al solino ritto e inamidato, e tra il colletto e il cappello nero a larghe tese, lo spazio della testa è stato esattamente calcolato e lasciato vuoto. Mancano del pari le mani, e sotto le maniche pendono vuoti i polsini a tubo. La sera, poi che i guardiani hanno chiuse le porte del museo e sono andati a mangiare il risotto giallo nelle loro case di Niguarda (si pensa all'America Centrale) o di Abbiategrasso (augurio giustificato dal risotto giallo) o di Greco Milanese (associazione piena di significato: vedremo in seguito quanto di greco, ossia di sottilmente poetico è nel milanese) la giacca e il cappello di Verdi, cui si sono aggiunti un paio di calzoni e due scarpe egualmente nere, escono dalla vetrina, scendono in Piazza della Scala, vanno in giro per la città morbida di nebbia, s'incontyrano con sessantacinque giacche del tutto simili, sessantacinque cappelli, sessantacinque calzoni e centotrenta scarpe." (p.89)


SULLA CASA DI RIPOSO E SUL MONUMENTO A VERDI:
"Verdi scrisse ventotto opere, cui bisogna aggiungere Un giorno di regno, rappresentato il 5 settembre 1840 e rimasto senza repliche. Il suo destino, questo melodramma lo portava nel suo titolo. Alle ventinove opere menzionate taluni aggiungono una trentesima, fatta non di suoni ma di materiale edilizio, ossia la Casa di riposo per musicisti, edificata a Milano per volontà del nostro padre melodico tra il 1896 e il 1899, e che i predetti taluni chiamano "l'opera postuma" di Verdi.
La Casa di riposo per musicisti è situata tra via Raffaello Sanzio, Piazza Michelangelo Buonarroti e via Monte Rosa: tre nomi che, ciascuno a suo modo, evocano tutti e tre l'idea della grandezza. [...]
La Casa di riposo per musicisti è sorta su progetto di Camillo Boito, in istile medievale leggermente tinteggiato di moresco. Chi per un verso chi per l'altro i fratelli Boito sono stati gli angeli neri di Verdi nell'ultimo atto della sua vita, le sue suocere. E chi sa quanta implacabile malvagità è nell'azione di una suocera, specie se volta a fin di bene, può facilmente argomentare a quale metafisica potenza sale l'azione combinata di due suocere, soprattutto se suocere con baffi e bombetta. Le finestre della facciata sono bifore, trifore le due finestre grandi che sovrastano il portone. Di fronte alla facciata, e nel mezzo della piazza Michelangelo, sorge il monumento a Verdi, modellato da Enrico Butti, il quale sui quattro lati del basamento ha anche figurato la Melodia, il Poema, la Serenità e la Tragedia. Verdi è rappresentato in atteggiamento bonario, il corpo in riposo, le mani riunite sul tergo sotto la giacca. È l'originale di questo celebre indumento che è esposto in una vetrina del Museo della Scala, ove con l'aggiunta del colletto, della cravatta svolazzante e del cappellone a larghe tese posato all'altezza del cranio che manca, compone l'immagine terrificante dell'Uomo Invisibile.
Questi monumenti casarecci, che i tempi democratici coltivarono come una loro specialità, hanno questo di difettoso che non reggono il tempo brutto. In pieno sole, e quando la strada è come un'anticamera della casa, il monumento non sta male, e dà anche una piacevole impressione di calma familiarità. È un passante appena più alto degli altri passanti, e che sta sempre fermo. Ma quando l'acqua come oggi viene giù a catinelle, è una pena vedere il nostro padre melodico esposto al diluvio a testa nuda e senza paltò. Si vorrebbe scavalcare la ringhierina di ferro battuto, aiutare il buon Maestro a scendere dallo zoccolo, dargli la mano per fargli traversare la strada, accompagnarlo sotto l'ombrello dentro la Casa di riposo.
A questa casa Fabrizio e io ci siamo arrivati in tram,, e chi con molta cortesia ci accoglie nel vestibolo non è la Melodia, non è il Poema, non è la Serenità, né tampoco la Tragedia, com'era nei voti di Enrico butti, ma un diffuso e cordiale profumo di risotto allo zafferano.

Tale probabilmente  era anche l'intenzione del buon padre melodico, di dare a questi musicisti invecchiati, a questi musicisti impoveriti, a questi musicisti decaduti, dei quali Lui generosamente si diceva collega, e con i quali volle fraternamente coabitare per l'eternità; dare meno una continuazione dell'illusione melodica, che una garanzia anche olfattiva del cibo assicurato. Quale tranquillità, quale pace a noi cui l'incertezza del domani, il dubbio della sorte agitano come il vento agita le foglie, quale conforto se a questo fiato di risotto giallo potessimo dire anche noi: "Tu sei nostro!".
Questo il significato del sonno che Verdi dorme nella Cripta della Casa di riposo, questa la ragione della significazione più ampia che la parola riposo acquista in questa Casa.
Per coincidenza, il custode ci sussurra mentre saliamo lo scalone liberty disegnato da Camillo Boito, che "gli ospiti di questa casa dimenticano a poco a poco la musica".
Anche questo probabilmente era nei voti di Giuseppe Verdi, di togliere i suoi colleghi dalle ansie e illusioni della musica, e porli nella sicura felicità di un insonoro riposo. Lasciate parlare l'esperienza di uno che se ne intende: non si ricorda musica se non in condizione di dolore. Dimenticarti, o Euterpe, tormentosa musa, è meno una perdita che una liberazione.
Pure, in questa Casa ove la musica è messa a tacere, udiamo suono d'organo, e il suono si conferma mentre noi traversiamo il salone di ricevimento, ricco di cassettoni che sporgono dal soffitto in dure mammelle rettangolari, di lampadari a pendule gocce di cristallo, di filetti d'oro che grondano da ogni parte come solattiti. Chi siede però alla tastiera dell'organo, non è un ospite della Casa ma un frate: un ospite degli ospiti. [...]
Verdi in questa cripta riposa accanto a Giuseppina Strepponi, sua diletta consorte.
Ma Verdi ebbe due mogli, figlia la prima di quell'Antonio Barezzi, che da giovane Verdi era stato amico e protettore. [...]
Dal corridoio del primo piano m'affaccio a guardare giù in cortile, e vedo Verdi - dico bene: Verdi che lo traversa a passo lento, e si avvia verso l'uscita.
Se non grido è perchè non è mio costume gridare, e restai muto, da quando mi diceva mia madre, anche quando venni al mondo.
Alzo lo sguardo rapidamente al cielo per smagarlo, poi lo abbasso alle finestre di rimpetto per assicurarmi che ancora è valido e non ha acquistato nel frattempo facoltà necromatiche: infine lo riporto nel cortile: Verdi conyìtinua a camminare e sta per entrare sotto l'atrio.
Non solo, ma dietro al primo Verdi cammina un secondo Verdi, e dietro al secondo un terzo, poi un quarto, un quinto...
È lui: sono lui?... È uscito dalla Cripta: sono usciti dalla Cripta?... Io solo lo vedo: io solo li vedo?...
Il Custode dice: - L'uniforme sarebbe riuscita umiliante, e perciò il Maestro ha voluto che questi suoi ospiti, questi suoi nuovi colleghi, andassero vestiti tutti come lui [...]". (pp. 89-95)


 SUI FORMAGGI/STRUMENTI MUSICALI:
"Base della civiltà alimentare di Milano, sono i formaggi. [...]
Il Parmigiano è un formaggio base. È nella famiglia dei formaggi ciò che il contrabbasso è nella famiglia degli strumenti a corda. Ai bassi profondi, fondamentali, paterni del Parmigiano, si appoggiano gli individui più leggeri del quartetto caseario: i Taleggi e le Crescenze, viole e contralti della famiglia, la schiera delle Robiole e degli Stracchini (Stracchino: formaggio stanco che, come fanciulla sullo sviluppo, sviene nel piatto) al che si aggiunge la minutaglia degli acuti, i colleghi sottili dei flauti e degli ottavini, quei formaggini bianchi di Montevecchia, piccoli e tracagnotti, che macerano, occhiuti di pepe, in un verde lago d'olio.[...]
S'intende che la parte del violoncello nel quartetto dell'orchestra casearia, la fa la Groviera." (p. 132)

Ingresso dell'Hotel Milan (foto nostra)
 SULL'HOTEL MILAN:
"Verdi come si sa morì all'albergo Milano, all'angolo di via Manzoni e via Croce Rossa. Occupava un appartamento d'angolo, e si dice che durante la malattia il municipio fece spargere della paglia sulle due vie perchè il rumore dei veicoli non turbasse l'illustre infermo. Si dice pure che Verdi negli ultimi giorni si fece trasportare in salotto perchè nella camera da letto gli mancava l'aria [...] Queste notizie me le aveva date il mio amico Ettore e io, dopo averle accuratamente trascritte nel mio taccuino, avevo preso il treno e me n'ero tornato a Roma. Come diffidare di notizie sull'albergo Milano date dall'amico Ettore, che dell'albergo Milano è stato per tanti anni proprietario? Ma l'indomani una lettera dell'amico Ettore mi raggiunge a Roma, mi avverte che le notizie sono sbagliate. Verdi non è morto in salotto ma nella camera da letto, la paglia non è stata sparsa per Verdi, ma dieci anni prima per Don Pedro II del Brasile. È curioso vedere come nascono le leggende, e soprattutto come il personaggio maggiore (Verdi) ha assorbito nella propria leggenda il personaggio minore (Don Pedro II). Artista, sono contento che l'artista abbia assorbito l'imperatore. [...] Ho visitato la camera nella quale è morto Verdi. Essa porta il numero 11, ossia è custodita da due carabinieri. Di Lui e delle sue cose non rimane traccia. .[...] Quando Verdi morì, alle 16 del 21 (sic) gennaio 1901, egli non morì soltanto a Milano, ma nell'universo intero. Il verso di D'Annunzio: 'Pianse ed amò per tutti' suona retorico e insensato, ma praticamente è vero. La retorica una volta tanto s'è incontrata con la verità. (pp. 189-192)


SUL MUSEO DELLA SCALA:
"Ho visitato per la prima volta il Museo della Scala nel novembre 1939.  Traverso al trotto le sale che mi interessano meno, arrivo nella sala Verdi. Trovo la spinetta con tastiera rossa, sulla quale Verdi studiò bambino; trovo il cembalo di marca Mathias Sommer in Wien usato da Verdi a Milano; trovo l'Erard sul quale Verdi compose il Falstaff, e immagino le ottantenni mani, scavate di rughe come zampe di tartaruga, in corsa nel moto perpetuo; veggo le ultime ore di Verdi disegnate da Hohenstein: Verdi's letzte Stunden, Mailand Januar - 901; leggo a fianco di ogni disegno le annotazioni che, nella loro fredda cronologia, segnano il dramma di quella agonia illustre: [...]; trovo la maschera e la mano di Verdi gittate nel gesso; trovo il busto di Verdi modellato da Gemito e una bella testa di Giuseppina Strepponi in terracotta, essa pure di gemito; trovo le decorazioni di Verdi, le sue medaglie, le sue corone; trovo una bella pittura della Rocca di Busseto prima del 1857; e d'un tratto, dentro una vetrina nella quale esso è stato imprigionato con chi sa quali arti venatorie, con quali astuzie da uccellatore, trovo l'abito che cammina: la giacca nera di Verdi col colletto e la cravatta nera svolazzante, il suo cappello a larghe tese sospeso in aria, e tra questo e quella lo spazio tremendo, la terribile eternità che passa tra il dito del Padreterno e il dito d'Adamo. [...]
Chiudo gli occhi e rivedo nel Museo della Scala il pianoforte sul quale le ottantenni mani, vecchie e rugose come zampe di tartaruga, composero il Falstaff. È un Erard: il pianoforte più delicato, più "pianistico" del pianistico universo. Eppure Max Reger mi diceva che comporre al piano è da schiappe. Povero ragioniere del contrappunto! Perchè non si lasciò maggiormente sedurre Verdi dalle asciutte grazie del pianoforte? La partitura del falstaff io la immagino sgrassata del quartetto, di tutti gli strumenti a sonorità grassa, ridotta a una mezza dozzina di pianoforti che lavorano senza pedale, ai fiati, silofono, celeste, batteria, così da lasciare a ogni nota il suo nitore, la sua perlaceità, siccome nel pilàf ogni chicco di riso serba il suo individualismo.

SUL PIANOFORTE:
Tutti gli strumenti sonopiù o meno dei nobili decaduti. Il solo pianoforte si salva da questa condizione pietosa e disperata. Il pianoforte è lo strumento moderno per eccellenza: lo strumento nostro. La sua voce è precisa, rigorosa. Il suo aspetto medesimo, nero e solitario (ma l'Erard del Falstaff è biondo, biondo come una martora, biondo come il mio piccolo Cocchi) il suo aspetto medesimo richiama alla nudezza, alla povertà della tragedia moderna. L'uomo ha inventato il cane per la guardia e il gioco dell'amicizia, ha inventato il pianoforte per la celebrazione della musica terrestre. Gli altri strumenti, dalla viola di gamba ai tromboni, si sono compromessi sull'Olimpo, sul Parnaso e nel paradiso dei cattolici. Il solo pianoforte si è serbato puro, immacolato: bianca la sua tastiera, degna delle nuove profezie. A lui l'onore di cantare la singolare musica delle città, i miracoli del secolo.
La voce del pianoforte è chiara e metafisica.
Strumento della musica più pulita, più arida, più spettrale, il pianoforte è il solo strumento che poteva introdurre la musica - questa vecchia dama malata e scontrosa - in compagnia della pittura e della poesia, nella vasta corrente di romanticismo che percorre l'Europa e l'America. E se questo elogio del pianoforte è stato scritto quindici anni addietro, quando il pianoforte s'inquadrava anche meglio di ora in un universo squisitamente pianistico, perde forse valore, perde di verità?

SU FALSTAFF E PARSIFAL; VERDI/WAGNER:
L'oro si conosce nel fuoco, nell'avversità gli amici. I buoni libri del pari si conoscono alla rilettura, le buone pitture nella riproduzione fotografica, le buone musiche nella riduzione per pianoforte. Mentre le altre opere di Verdi, Otello compreso, hanno bisogno delle voci, della scena e dirò anche della claque, il Falstaff quanto a sé se ne sta benissimo tutto solo al pianoforte, senza bisogno d'aiuto. Non per solo merito del bravo Garignani [Carlo Carignani], la riduzione del Falstaff per pianoforte solo è anche più pianistica del Gradus ad Parnassum. Per colpa di una scrittura orchestrale non sempre spiccata, chi non conosce a memoria la partitura del Falstaff ignorerà metà delle sue bellezze, anche a una esecuzione orchestrale equilibratissima, perfetta. Al principio del I atto, l'ascoltatore è colpito dai due accordi di tonica e dominante, sonati fortissimo da tutta l'orchestra, ma il disegno intermedio affidato agli archi gli sfugge, e questo mirabile tessuto sonoro che è il Falstaff gli apparirà come un merletto bellissimo ma tarlato, come un musaico fitto fitto ma interrotto ogni tanto da buche. Può un orecchio non esercitato seguire il disegno cromatico a terzine che apre la II parte del I atto, e "disegna" il camminare "senza gambe" delle gaie comari di Windsor, il loro andare su rotelle?
Anche il Falstaff, come il Parsifal, è una preparazione alla morte.
A chi ha degnamente riempito la propria vita, la morte, per una squisita delicatezza, suole preannunciarsi di lontano. Chiama prima dal fondo del corridoio buio, poi da dietro la porta. I suoi appelli sono sempre più insinuanti, sempre più dolci. Vuole propiziarsi colui che le speranze illuminano ancora, persuaderlo che verso quelle speranze appunto si avviano i suoi passi.
Ciascuno si prepara alla morte come può. Wagner pensò che è bello partire di quaggiù sorretto dagli angeli come la Santa Caterina di Luini, vogando sulle ali dei violini in sordina, portato dai loro accordi dolcissimi e bemollizzati, e dagli ondosi arpeggi delle arpe. In termine tecnico, queste partenze si chiamano "ascesi".
Verdi invece pensò, o per lo meno intuì (dei pensieri di Verdi non possediamo prove abbastanza convincenti) che morire significa entrare nel grande ritmo dell'universo, e perciò, prima di morire, lui che col ritmo aveva avutro fino allora relazioni piuttosto blande, scrisse l'opera più sottilmente ritmica non solo della sua propria carriera, ma di tutta la storia della musica. Preso alla lettera, e dimenticando le troppe concessioni che interpreti anche molto fedeli fanno pro bono publici, il Falstaff, dalla prima all'ultima nota, è un enorme moto perpetuo.
Per esigenze sceniche, il Falstaff termina sul grande fugato di cui Sir John propone il tema: - Tutto nel mondo è burla -, ma in effetto il Falstaff è un tapis roulant che non ha fine.


Altre opere si ricordano e poi si dimenticano, poi si torna a ricordarle sia intere, sia partitamente alcune delle loro membra: il solo Falstaff non ci abbandona mai ma ci accompagna sempre, e partecipa al tempo del nostro cuore, scorre al ritmo di quel misterioso metronomo che di notte e di giorno, da svegli e nel sonno, al lavoro o in riposo, a piedi o in tram, rintocca ininterrottamente nella nostra testa.
Sapeva Verdi di dare ragione nel Falstaff, e a tanta distanza di secoli, a Eraclito d'Efeso e al suo panta rei? [= tutto scorre]
Il finale 'gioioso' del Falstaff, in verità è la voce più sconsolata che abbia mai echeggiato al nostro orecchio; e ci vuole un cuore di bronzo, una mente d'acciaio per abbandonarsi al flusso ininterrotto e senza ritorno del Falstaff, vedere i nostri affetti allontanarsi, le nostre idee, le nostre speranze, i nostri convincimenti più fermi, noi stessi diventare sempre più piccoli, ridurci a un puntino minuscolo, sparire; quando è tanto più facile invece aggregarsi a Wagner, e approfittare di straforo della sua 'salvazione', cioè a dire del suo cristianesimo comodo, familiare, borghese.
Significativo è anche il raffronto tonale tra il Falstaff e il Parsifal. Il Parsifal comincia e finisce in la bemolle maggiore, che è una tonalità grassa e dolciastra, una tonalità alla crema, una tonalità al lattemiele; mentre il Falstaff comincia e finisce in do maggiore, ossia nella tonalità elementare per eccellenza, la più asciutta, la più pulita, la più 'da disegno'.
Infatti, mentre il Parsifal è ancora una pittura a olio, spessa di pasta opaca e stesa sopra una grassa imprimitura di gesso e colla, il Falstaff è una tempera al miele stesa a velature sopra una imprimitura compatta e levigatissima, una pittura su marmo; e talvolta è soltanto un acquerello, come nella II parte del I atto e nella II del III (balletto) è un semplice disegno a matita.
Grande importanza ha, a mio parere questo affinarsi, questo inserenirsi, questo ingiocondarsi dell'artista in vecchiaia, che poi è il sentimento che egli ha di ritrovare il paradiso perduto. Le ultime pennellate di Renoir sono anche le più fluide, le più leggere della sua lunga vita di pittore; e i suoi accenti più cordiali, più felici Verdi li ha dati nel Falstaff; mentre Wagner, anche se fino all'ultimo continuò a poggiare il testone fulvo sul cuore della sua diletta Cosima, non ritrovò più nel crepuscolo della sua vita quell'umore aurorale e castissimo, che gl'ispirò l'idillio di Sigfrido.
Questo continuo raffronto Verdi-Wagner è antipatico ma fatale. È nell'aria. Lo sento io e lo sentono altri.
Che è quest'ansia di mettersi alla pari? Che è questo rammarico, questa paura di un Verdi meno grande, e soprattutto menbo profondo di Wagner? Gente che la vera grandezza, la vera profondità non sa dove stiano di casa. Noi invece il Falstaff ci convince di questo, che mentre la carne del grande rivale si sfalda edà fuori grasso da candele, è soltanto nel Falstaff che un uomo è riuscito a fare musica col marmo.
Il Falstaff non è l'affinamento di un uomo soltanto, ma di un'epoca. È tutto il melodramma dell'Ottocento, così goffo in gioventù e bitorzoluto, e maleducato, incerto dove posare i piedi e dove porre le sue mani rosse come barbabietole e penzolanti fuori delle maniche troppo corte, che si affina e scrive con le note sul pentagramma, quegli stessi disegni a filo che Ingres scriveva in punta di matita." (pp. 260-266)

Un quadro di Alberto Savinio che abbiamo visto al Museo Rimoldi (Cortina)
 SULLA TRAVIATA:
"L'organetto suonò: - Di provenza il mar, il suol / chi dal cor ti cancellò -; poi: - Di quell'amor ch'è palpito / dell'universo intero -; poi: - Addio del passato bei sogni ridenti -, e mai come in quel pomeriggio d'autunno, dalla granellosa voce dello strumento uscito dalla fabbrica Carrera e figli, la Traviata mi rivelò il suo carattere periferico e stradale.
Solo uno sciocco potrebbe trovare irrivereni questi due aggettivi, ma tra i nostri lettori gli sciocchi non allignano, e anche ai meno preparati sarà facile capire che la nostra aggettivazione non vuol essere se non una risposta a quella definizione di opera borghese-verista, che fu data altre volte a questa amorosa 'confessione' di Giuseppe Verdi a Giuseppina Strepponi.
Verista la Traviata non è, anche se in certo modo essa può essere considerata l'origine di quel melodramma verista che tanto danno ha recato alla nostra musica e alla nostra reputazione, facendo smarrire il senso del ritmo, calpestando la buona creanza musicale, coprendoci di vergogna presso coloro che della civiltà musicale non avevano perduta la nozione. Ma borghese la Traviata assuìolutamente no.
Borghese è il Tristano, il cui delirio amoroso si affà ai bei salotti caldi, ai divani vellutiferi, ai soffici bucàra, che anche alla vista danno la fiduciosa impressione che, comunque si cada, non ci si farà male; perché anche il fondo del Tristano è una colta e squisita voluttà; non così la povera, la magra, la plebea Traviata, destinata a echeggiare nella periferia delle grandi città industriali, e a commentare, non a 'confortare' la vita di coloro che vivono e faticano senza speranza.
Per meglio assaporare, per meglio capire le arie della Traviata, queste magre farfalle di una serata senza domani, la Traviata non va udita in teatro ma dagli organetti. Perché la traviata opera più commoventemente nel ricordo che nel presente, e l'organetto è il macinino dei ricordi;perchè l'organetto restituisce questa musica della tristezza cittadina al suo ambiente naturale; perchè l'organetto non ci dà tutta la Traviata ma soltanto una selezione della Traviata, ossia una Traviata ridotta all'essenziale; infine perchè molte parti dello strumentale della Traviata ritrovano il loro vero carattere, la loro commovente assurdità, la loro poesia stradale nella speciale sonorità dell'organetto, e soprattutto nei bassi segnati dagli associati suoni della grancassa e dei cimbali. [...]
Ascolta il brindisi su organetto

Il tetaro di Verdi è un gran teatro delle marionette abbiamo già detto che tra i nostri lettori gli sciocchi non allignano, e però siamo sicuri di non essere fraintesi) e questo spiega meglio di qualunque altra ragione l'insuccesso iniziale della Traviata, nella quale Verdi, autore dei suoi libretti prima che della sua musica, ha rinunciato all'intermediario della marionetta, ha trattato i personaggi direttamente e come creature umane, ha emesso gli elementi marionettistici e insieme eroici ch danno tanta grandezza d'arte, tanta magia, tanta pazzia ai suoi altri melodrammi, come i trovatori che cantano al chiar di luna, gli zingari che battono l'incudine prima dell'alba, le donne velate che intorno alla mezzanotte vanno a cogliere l'erba miracolosa nei pressi dei camposanti; e che fanno sì che queste opere piacciono ed esaltano egualmente il popolo e l'uomo supremamente intelligente, ma non sono prese sul serio dall'uomo di buona intelligenza e di buona coltura, ossia il wagneriano. " (pp. 315-316)

domenica 18 ottobre 2015

PVM alla Scala: Il Flauto magico per bambini

Antonio e Giacomo alla Scala
PVM non può mancare un appuntamento musicale per bambini così imporrtante: il Teatro alla Scala che apre le sue porte ai bambini per il II anno consecutivo. Dopo La Cenerentola per bambini dello scorso anno (che tornerà in scena anche in questa stagione il 31 dicembre 2015 e il 16 aprile 2016), la Scala "è aperta a tutti i bambini, con adattamenti pensati apposta per loro. "Grandi spettacoli per Piccoli" è dedicato proprio a questo pubblico speciale" con Il Flauto magico per bambini (biglietti a 40 euro per l'adulto e 1 euro per il bambino www.teatroallascala.org; 02/72003744; ipiccoliallopera@fondazionelascala.it: repliche: 24/10, 22/11; 6 e 20/12 2015 e 14/02; 12/03 2016. Recite anche per le scuole in altre date, consultate il sito.).

Alla stazione di Fiorenzuola
Il nostro PVM reale parte questa volta dal piacentino: treno da FIORENZUOLA a MILANO con una bella sorpresa: una targa in onore del nostro "Peppino": "da qui era uso partire per i suoi viaggi verso la gloria, per quella gloria che non avrà mai tramonto GIUSEPPE VERDI ritornava dopo trionfi memorabili per aver profuso nel mondo sempre più sublimi armonie, ritirandosi nella vicina Sant'Agata avido solo di silenzio e di solitudine...."; cominciamo alla grande il nostro piccolo viaggio musicale!

Targa commemorativa per Giuseppe Verdi a Fiorenzuola
Un'ora di treno e siamo a Milano, sempre più affollata, ma anche al passo con i tempi. La mia città, che ritrovo con nostalgico piacere, ma anche con la consapevolezza di non aver mai saputo trovare qui la mia identità. Ancora Verdi ritroveremo prima di entrare in Teatro, in via Verdi, in una versione Pop molto suggestiva, dipinto sulla scatola metallica grigia di un contatore di strada:

Verdi Pop all'angolo Via Verdi/Via Manzoni
Oggi si uniscono a PVM due nuovi piccoli amici viaggiatori: Federico e Carlola (9 e 6 anni), alla loro prima esperienza scaligera con mamma e papà. Emozionati ed elegantissimi, si sono preparati per l'opera leggendo tutti i nostri Post dedicati al Singspiel di Wolfgang Amadeus Mozart, BRAVISSIMI E GRAZIE!
Antonio, Giacomo, federico e Carola
Entrare alla Scala è sempre e comunque un'emozione anche per chi ci è stato già tante volte. Ad aspettare di entrare c'erano tantissimi bambini: era già una festa sotto il portico.

La Scala ieri pomeriggio
All'ingresso le maschere ci regalano un programma per mamme e un programma per bambini, con le cartoline dei personaggi da colorare e ritagliare (so già che Giacomo mi terrà inchiodata alla sedia con matite e forbici per tutta la sera!):

Giacomo vi mostra il programma
III ordine, palchi n. 13 e 14, ottima posizione! Federico e Carola sono elettrizzati. Giacomo e Antonio fanno gli habituè... ma alla fine diranno: "Non mi ricordavo che la Scala fosse così bella" e Antonio la metterà al I posto della sua classifica dei teatri. La scena è già visibile (essendo montata in proscenio... dietro sono pronte le scene per L'Elisir d'amore di Donizetti serale, che si alterna al Falstaff verdiano di Gatti-Carsen).

Federico e Carlola ammirano l'interno della Scala e la scena
È bellissimo veder sbucare dai palchi tutte quelle manine che indicano particolari del teatro che a noi adulti sfuggono... e testoline in movimento continuo... e vocine mai stanche di chiacchiere e risate. La Scala in festa, senza i loggionisti, sempre in guerra con tutto e con tutti, pronti a stroncare ancor prima che i cantanti aprano bocca e a trattare il vicino spettatore entusiasta come un incompetente senza speranza (così trattano sempre anche me), senza i fischiatori di professione, senza signore in gran spolvero che poco sanno di musica e d'opera, senza politicanti in cerca di visibilità sociale... un pubblico "speciale" per età, ma soprattutto per la positività, l'allegria, la spontaneità che porta con sè. 

Il giovanissimo pubblico della Scala di ieri
Come prevedibile, l'opera mozartiana è diventata una "PAPAGENEIDE", con Papageno unico e incontrastato protagonista e anche narratore e intrattenitore di alto livello: Giovanni Romeo ha saputo dialogare con i piccoli spettatori e provocare le loro risposte in coro, mantenendo sempre viva l'attenzione e la partecipazione di tutti i bambini. La scena era molto semplice, ma raffinata e ben fatta: giganti libri a fare da quinte, due mimi volta-pagina  vestiti da Papageno e un enorme libro adagiato sul pavimento del proscenio in orizzontale, in modo che i due Papageni-muti potessero voltare le pagine al suono di un battimani, pagine che contenevano diverse scene, come fossero dei libri POP-UP ben conosciuti dai bambini di oggi. Curate e suggestive le luci (con molti giochi di specchi e riflessi) e i libri-quinte che, all'occorrenza, si trasformavano in finestre trasparenti che contenevano personaggi "incorniciati".

Il Maestro Min Chung (figlio del celebre Miun Wung Chung, coreano pianista e direttore d'orchestra, 1953) inizia l'Ouverture, tagliata di parecchie battute, che introduce Papageno, vestito di verde e di piume, con un ombrello anch'esso verde e piumato reso "sonoro" da piccoli campanellini, che si presenta e canta la sua prima Aria, anticipata rispetto all'opera originale, e in Italiano (e in italiano sarà anche cantata tutta l'opera), inizia a raccontare la storia.... i suoi aiutanti aprono il libro "magico":

La prima scena: il bosco
Arriva Tamino, Giovanni Sebastiano Sala, che più principe di così non si può, con tanto di turbante e calzari a punta (ai bambini ricorda Alladin), inseguito dal serpente... leggo un po' di delusione negli occhi di Giacomo, che mi cercano...: non è un serpentone-drago spaventoso, ma è un serpentello di peluche tenuto attorcigliato al collo da una delle Tre Dame della Regina della Notte (J. C. Lee, A. Wakizono, C. Tirotta) che entrano in scena in anticipo... non si può avere tutto...

Il serpente mosso dalla dama e Tamino a destra
Tamino sviene e torna in scena Papageno. Si vanta di aver ucciso lui il serpente e così le tre dame gli portano, al posto dei dolci e del vino, un sasso, dell'acqua e un lucchetto per tappargli quella boccaccia che dice così grosse bugie! I bambini apprezzano molto questa scena e cominciano a stare dalla parte di Papageno. Arriva la Regina della Notte, che con i suoi vocalizzi (complimenti al coraggio alla giovane Yasmin Öznan! La parte della Regina è una sfida per il Soprano) lascia a bocca aperta i bambini in sala. Saranno in molti a volerla incontrare, a fine spettacolo, nel foyer del teatro. La Regina chiede a Tamino di salvare sua figlia Pamina, rapita dal perfido (che perfido non è) Sarastro. Per fare questo, manda loro un flauto magico e dei campanellini magici: la musica può trasformare il male in bene!

La Regina della Notte nella finestra-libro
I due eroi si mettono in viaggio. Purtroppo A. Krampe e U. Peter, i due musicisti che hanno creato la versione ridotta dell'opera (da lodare comunque), hanno totalmente soppresso le partri dei tre fanciulli-guida. Questo non me lo aspettavo, anche perchè per i bambini sarebbe stato bello sentire cantare sul palco tre coetanei... ma mi rendo conto che ai fini del racconto sarebbe stato complesso introdurre anche i tre geni e altrettanto complesso, forse, trovare tre bambini pronti a cantare in recite così distanziate l'una dall'altra nel corso dell'anno. 

Il cambio scena
Cambia scena. Papageno trova Pamina, che è tenuta prigioniera dal terribile Monostato (Francesco Castoro) e suoi due aiutanti... tutti e tre dotati di un bellissimo costume metà bianco e metà nero (politicamente corretto...). Monostato e Papageno si vedono e si spaventano per il loro strano aspetto, reciprocamente.

Papageno-Pamina-Monostatos nella II scena libro
Tamino e Pamina si incontrano per la prima volta, dopo che Tamino ha incantato con il flauto magico tutti gli animali della foresta. Molto simpatici gli animali che entrano in scena con maschere giganti sul capo, dotate di lampadine rosse che si accendono se "toccate" dalle note del flauto magico che suona Tamino. 
Animali si "accendono" al suono del flauto magico
Sarà l'arrivo di Sarastro (Oganes Avakyan) a cambiare le carte in gioco: Tamino passerà dalla sua parte perchè è lui che sta nel bene. Arriva in scena con un costume fatto di piccoli specchi che riflette raggi di luce. Il più bello di tutti! E Antonio cercherà lui nel foyer...

Antonio ottiene l'autografo di Sarastro a fine spettacolo
Sarastro è disposto a benedire l'unione di Tamino e Pamina, se i tre eroi supereranno alcune prove. La prima riguarda Tamino e Papageno: è la prova del silenzio. Papageno non ce la fa proprio a stare zitto. E dialoga persino con un bambino del pubblico! Uno dei momenti più divertenti del pomeriggio. E accolto con grandi risate è stato anche l'arrivo di Papagena (Theresa Zisser) in versione vecchietta e la scena dell'incontro e fidanzamento con Papageno.

Papagena vecchietta si prende cura di Papageno
Ma mancano ancora le prove del fuoco... con una scena colma di luce rossa che ha colpito molto Giacomo e anche altri bambini...

La scena del fuoco

... e la prova dell'acqua.

Tamino e Pamina superano le prove
Tamino e Pamina superano tutte le prove e possono unirsi e coronare il loro amore e la vittoria delle forze del bene sulle forze del male. E Papageno? Poveretto! Si vuole impiccare perchè non trova più la sua Papagena... ma eccola che arriva, non più vecchia ma giovane e bella e pronta a salvarlo in una scena tutta colorata con un fiore al posto dell'albero con il cappio dell'impiccato... e io ne ho rubato un pezzetto per voi... speriamo che non si arrabbino alla Scala!:



Alla fine, tutti ad applaudire fino a farsi del male alle mani! Ovazione per Papageno e poi tutti a caccia di foto e autografi nel foyer!

Il Cast alla fine dell'opera
E la musica di Mozart? Con un organico un po' ridotto, che a volte faticava a farsi sentire (difficile cogliere il cembalo) e tanti tagli (comunque assolutamente necessari per stare nei 75 minuti limite per l'attenzione dei bambini!) è riuscita ugualmente a conquistare i piccoli spettatori, che potranno ora  ascoltare e riascoltare Il Flauto magico innamorandosene sempre più anche dal punto di vista musicale. 

Bilancio positivo per un'iniziativa che dimostra di avere grande successo. Un esempio per tutti gli altri teatri che si pongono l'obiettivo di avvicinare i bambini alla musica classica e all'opera: non serve stravolgere nè inventare più di tanto; ciò che piace ai bambini è già dentro ai grandi capolavori, basta trovare il modo di ridurne la durata mantenendo bellezza e qualità.

Rientro a casa percorrendo Via Manzoni e trovando ancora una volta un po' di Giuseppe Verdi nell'Hotel dove morì il 27 gennaio del 1901, dove c'è un'altra targa in suo onore:

Antonio e Giacomo passano davanti al Grand Hotel
"Questa casa fece ne' secoli memoranda GIUSEPPE VERDI, che vi fu ospite ambito e vi spirò il dì 27 gennaio del 1901. Nel primo anniversario di tanta morte pose il comune per consenso unanime di popolo a perpetuo onore del sommo che avvivò nei petti italici con celestiali armonie il desiderio e la speranza di una patria" 

La targa commemorativa in Via Manzoni
E a casa? Lo sapevate già! Giacomo non mi ha risparmiato! Avanti con matite colorate e forbici...

Giacomo colora colora e colora

Il restro delle cartoline col nome del personaggio e sua definizione

Anche io coloro coloro e coloro
 ... e anche legnetti e nastro adesivo per creare il nostro Cast di figurine e mettere in scena un'altra volta, ascoltando il CD de Il Flauto Magico quasi tutta l'opera!

Giacomo con i personaggi... abbiamo aggiunto il drago!

e creato anche Monostato e Sarastro

Un saluto speciale a Federico e Carola! Aspettiamo i loro personaggi colorati e ritagliati!